L’intelligenza artificiale come monopolio naturale? Etica, potere e disuguaglianza nella nuova economia dei modelli fondativi

di Giovanni Di Trapani 

Nel cuore dell’ecosistema digitale contemporaneo, i modelli fondativi dell’intelligenza artificiale – come GPT, Gemini o Claude – stanno diventando l’equivalente algoritmico delle grandi infrastrutture del Novecento. Come le reti ferroviarie o elettriche, la loro natura comporta economie di scala, costi iniziali elevatissimi e un uso condiviso in una moltitudine di applicazioni. Secondo un recente studio del RAND Institute, il mercato globale dei foundation models presenta tutte le caratteristiche di un monopolio naturale: omogeneità di prodotto, costi sommersi, effetto rete ed economie di scopo. E se oggi tale monopolio è ancora in fieri, gli scenari futuri tracciati dallo studio mostrano che entro pochi anni potrebbe consolidarsi stabilmente in mano a un pugno di attori sovranazionali.

Questo assetto solleva interrogativi non solo economici, ma squisitamente politici ed etici. Quando pochi soggetti – perlopiù privati, occidentali e interconnessi con grandi fornitori di calcolo come Microsoft, Google o Amazon – detengono l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale, si afferma un nuovo regime cognitivo: chi controlla il modello controlla anche i dati, i filtri linguistici, gli strumenti di interrogazione e l’immaginario digitale collettivo.

Nel quotidiano, per l’utente comune, questo si traduce in un accesso sempre più opaco a risposte precostituite, in una riduzione della pluralità epistemica e in una crescente dipendenza cognitiva da sistemi che non comprendiamo ma dai quali traiamo indicazioni, decisioni e rappresentazioni del mondo. Il monopolio dell’IA, più che tecnico, è dunque un monopolio di senso. Per questo motivo, la riflessione sulle forme di regolazione non può più attendere: la governance dell’intelligenza artificiale è diventata un banco di prova per la democrazia del XXI secolo

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