L’intelligenza artificiale e il nuovo narcisismo digitale

di Giovanni DI TRAPANI

C’è un aspetto dell’intelligenza artificiale che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, è raramente tematizzato con la dovuta profondità: la sua capacità di alimentare l’ego. Non solo di chi la sviluppa, ma soprattutto di chi la usa. Se è vero che l’AI si propone come uno strumento per superare ostacoli cognitivi, operativi o creativi, è altrettanto vero che, nel farlo, finisce spesso per accarezzare il lato più narcisistico dell’individuo. Offrendo all’utente la possibilità di generare testi, immagini o brani musicali che da solo non avrebbe mai saputo o potuto comporre, l’AI diventa uno specchio deformante nel quale riflettersi e autocelebrarsi. Un alleato silenzioso che consente di fingersi più brillanti, più colti, più creativi di quanto si è realmente.

In questo senso, l’AI si inserisce nella lunga genealogia degli strumenti di compensazione dell’autostima. Proprio come l’autotune nella musica pop – che consente a chiunque di cantare “intonato” e spesso di esibirsi con sicurezza in contesti pubblici senza aver mai studiato canto – anche l’intelligenza artificiale consente di apparire competenti in ambiti in cui non si è mai maturata una vera competenza. Il post scritto con ChatGPT, la copertina generata da DALL·E, il discorso retorico prodotto in pochi clic: tutto contribuisce a costruire un’immagine potenziata di sé, che può essere esibita sui social, presentata a un committente o semplicemente contemplata con compiacimento personale.

È una dinamica di estetizzazione dell’io, in cui la creazione non è più espressione dell’identità, ma sua sostituzione. Non si tratta solo di “delegare” un compito, ma di fabbricare una versione idealizzata di sé stessi. Questo solleva interrogativi profondi: fino a che punto stiamo usando l’AI come strumento e non come maschera? Stiamo ancora comunicando o stiamo performando una competenza che non possediamo? In fondo, ciò che l’AI ci restituisce non è solo un contenuto, ma un’immagine: l’immagine di noi stessi, migliori, più abili, più ammirabili. E quanto più questa immagine appare credibile, tanto più rischiamo di credere che sia vera.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è soltanto una tecnologia. È uno specchio magico, uno strumento di seduzione narcisistica che ridisegna la relazione fra identità e apparenza. Ma ogni specchio, prima o poi, si incrina. E sarà allora, forse, che inizieremo a chiederci chi siamo veramente, al di là delle prestazioni che abbiamo imparato a simulare.

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