di Giovanni DI TRAPANI
Crescere in condizioni di povertà da bambini o adolescenti può segnare l’intero arco della vita, rendendo più probabile essere poveri anche da adulti. Questo accade non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli ricchi e democratici. Le ragioni sono ormai ben note: le famiglie con minori risorse economiche hanno meno possibilità di investire nell’educazione dei figli, meno relazioni sociali da trasmettere, e vivono spesso in contesti dove le opportunità scarseggiano. Così, la povertà rischia di diventare una condizione ereditaria, trasformando le disuguaglianze iniziali in barriere permanenti. Un fenomeno che mette in discussione i principi stessi di equità e pari opportunità alla base delle democrazie moderne.
Un’indagine condotta da Eurostat nell’ambito dell’EU-SILC (Statistics on Income and Living Conditions) ha offerto nuovi elementi per comprendere come e quanto la povertà si trasmetta da una generazione all’altra nei Paesi europei. Brian Nolan, professore dell’Università di Oxford, ne ha illustrato i risultati in un recente incontro pubblico presso l’Università Roma Tre. L’indagine ha preso in esame due definizioni di povertà infantile: una più “ristretta”, basata sulla presenza di gravi difficoltà economiche e deprivazioni materiali, e una più “ampia”, che include anche il basso livello di istruzione e lo status occupazionale dei genitori. In entrambi i casi, i dati mostrano una forte eterogeneità tra Paesi europei, non solo nell’incidenza della povertà infantile, ma anche nel suo tasso di trasmissione intergenerazionale. I risultati confermano un principio già noto nella letteratura sociologica, spesso rappresentato dalla cosiddetta “Grande curva di Gatsby”: la mobilità sociale è più bassa nei Paesi dove le disuguaglianze sono più elevate. In altre parole, dove la povertà è più diffusa, è anche più difficile uscirne. Con qualche eccezione: in Paesi come Norvegia e Finlandia, la povertà è rara ma la sua trasmissione è ancora significativa. Viceversa, in Svezia e Danimarca la mobilità è più alta e il rischio di ereditare la povertà è quasi nullo.
L’Italia si colloca tra i Paesi con i valori più preoccupanti: non solo la povertà è diffusa tra genitori e figli, ma il tasso di trasmissione intergenerazionale è tra i più elevati in Europa. A differenza di altri Paesi del Sud Europa come Spagna e Portogallo, dove il fenomeno ha mostrato segnali di attenuazione, in Italia – insieme alla Grecia – la povertà è aumentata passando da una generazione all’altra. Nolan ha tratto due indicazioni fondamentali per le politiche pubbliche.
La prima è la necessità di ridurre l’incidenza complessiva della povertà: crescere poveri in un Paese dove la povertà è diffusa, come accade in molte aree del Mezzogiorno italiano, rende ancora più difficile migliorare la propria condizione.
La seconda è l’urgenza di intervenire sui meccanismi che favoriscono la trasmissione della povertà: il sostegno economico alle famiglie deve accompagnarsi a investimenti nella salute e nell’istruzione dei bambini, fin dalla primissima infanzia.
Il rischio, altrimenti, è che la povertà diventi sempre più un destino, anziché una condizione da cui è possibile emanciparsi. Un rischio che, in Italia, i dati segnalano come drammaticamente attuale.
Un tema che merita attenzione nelle agende politiche, ora più che mai.
L’infografica seguente, tratta dal progetto Per mano di Save the Children, illustra gli effetti positivi di un percorso di accompagnamento per famiglie con bambini nei primi mille giorni di vita. Un esempio virtuoso di come sia possibile agire sulla povertà educativa e relazionale sin dalla primissima infanzia, spezzando il ciclo della trasmissione intergenerazionale della povertà.
